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I primi spettacoli, i primi teatri
Dalla musica alla poesia, dalle arti figurative all’architettura, nel 1400 Ferrara diviene uno dei più attivi centri culturali europei, ed è in questo clima di grande fervore intellettuale che nasce il teatro moderno.
La prima, precisa testimonianza dell’allestimento scenico di uno spettacolo teatrale risale al 1486 quando, in occasione del Carnevale, nel cortile del Palazzo Ducale di Ferrara viene realizzata una rappresentazione dei Menaechmi di Plauto. Per la prima volta in quella occasione viene creato su un palco in legno quello che oggi potremmo definire uno spazio teatrale ben articolato, con una scenografia sopraelevata fatta di cinque “case merlade”, ciascuna con porta e finestra, e una tribuna a gradoni in legno per il pubblico. Già nel 1508, per il debutto della Cassaria di Ludovico Ariosto, la “scaena” si trasforma in un vero e proprio fondo prospettico, infine, nel 1531, con la stessa commedia, viene inaugurato il primo teatro “stabile” di corte che la storia ricordi.
Dopo il trasferimento della capitale del ducato estense a Modena e la Devoluzione di Ferrara alla Santa Sede, la tradizione teatrale della città si mantiene viva grazie agli interventi delle famiglie patrizie che realizzano i primi edifici teatrali: il Teatro degli Intrepidi – poi detto degli Obizzi, realizzato nel 1605 da Giambattista Aleotti nell’area dell’attuale Piazza Verdi; il Teatro della Sala Grande (1610), allestito nell’ala ovest del Palazzo Ducale tra via Cortevecchia e l’antica via Rotta, in grado di ospitare fino a quattromila persone; il Teatro in Cortile, presso l’attuale Chiesa di Santa Francesca Romana. Al 1662 risale il Teatro Bonacossa (il primo teatro pubblico a pagamento nella città e il solo in grado di offrire una programmazione regolare, distribuita annualmente nelle due stagioni di Carnevale e della Fiera), adiacente alla chiesa di Santo Stefano in via del Turco, ancora in funzione sino alla prima metà del 900 con il nome di Teatro Ristori; ultimo il Teatro Scroffa, edificato nel 1692 nella zona di via Porta Reno.
Sino alla metà del Settecento il Bonacossa e lo Scroffa sono i teatri più importanti della città, ma già dopo qualche decennio risultano inadeguati rispetto alle nuove esigenze di una società in rapida evoluzione.
Sono gli anni dell’Illuminismo. A Venezia Carlo Goldoni sta avviando la sua personalissima riforma teatrale, e anche a Ferrara, ultima propaggine dello Stato Pontificio sta emergendo una classe borghese ricca e dinamica in grado di orientare con forza le scelte della pubblica amministrazione. In questa situazione matura l’esigenza di un teatro elegante e ben
organizzato, strutturato in funzione delle nuove richieste e costruito con finanziamenti pubblici, tale da integrare le attività dei due principali teatri privati.
Gli anni della costruzione
La vicenda che porta all’edificazione del Teatro Comunale di Ferrara è particolarmente complessa.
Stimolato dalle richieste della cittadinanza, nel 1773 il Cardinale Legato Scipione Borghese, pur in assenza di un preciso piano di finanziamento, commissiona il progetto per un nuovo teatro agli architetti Cosimo Morelli e Antonio Foschini.
L’ubicazione dell’edificio è individuata dallo stesso Borghese: centrale rispetto all’urbanistica cittadina, legato agli altri edifici del potere e a quelli rappresentativi della vita sociale e istituzionale, il Teatro deve sorgere nel cuore stesso della città, di fronte al Castello Estense e sull’avvio della strada regia della Giovecca.
A causa di successivi contrasti, il progetto si arena sino a quando, nel 1778, il Cardinale Francesco Carafa si insedia a capo della Legazione ferrarese e affida a Giuseppe Campana, architetto formatosi a Roma e stimato dalla Curia, la realizzazione di un nuovo studio.
Nel 1787, quando alla direzione della Legazione ferrarese subentra il Cardinale Ferdinando Spinelli, i lavori di costruzione del Teatro subiscono una nuova battuta d’arresto: il progetto viene completamente ridiscusso da una commissione di esperti, a cui partecipano tra gli altri Giovanni Piermarini, progettista del Teatro della Scala a Milano, Giuseppe Valadier, che costruirà il nuovo Teatro di Tordinona a Roma, e il matematico Giovanni Stratico; vengono poi nuovamente coinvolti in modo diretto Cosimo Morelli e Antonio Foschini.
Il gruppo di lavoro che si costituisce porta a soluzione i problemi di varia natura che avevano fatto bloccare i progetti precedenti e dà inizio ai lavori di costruzione.
Oggi è possibile individuare con sufficiente precisione gli apporti di Morelli e Foschini: al primo è attribuita la realizzazione della Rotonda a forma ellittica, suggerita dal Piermarini, e la sistemazione della facciata a loggiato rustico con la presenza sui fronti di botteghe destinate alle più varie attività, mentre al Foschini appartengono le soluzioni riguardanti il vano d’ingresso anteriore con lo scalone d’onore, le sale per la conversazione e le sale del piano nobile, destinate ad appartamento del Cardinal Legato a cui si accedeva da una scala segreta. La curva ellittica della sala teatrale e l’organizzazione dei palchetti sono frutto di un ulteriore progetto, sintesi delle proposte di entrambi.
L’Ottocento è il “secolo d’oro” del Teatro Comunale di Ferrara. Le stagioni d’opera si avvicendano regolarmente sino alla Prima Guerra Mondiale: quella di Carnevale, tre o quattro opere serie da Santo Stefano a Martedì grasso; la Stagione di Primavera da fine aprile a inizio giugno con opere a ballo; una stagione minore d’Autunno con titoli buffi tra novembre e i primi di dicembre. Ciascuna famiglia di rango possedeva un palco e andava a teatro ogni sera con regolarità, utilizzando i contropalchi per la preparazione di spuntini e cene da parte della servitù.
La Stagione di Carnevale era il ciclo di spettacoli di gran lunga più prestigioso e atteso dal pubblico ferrarese del Comunale per tutto l’Ottocento; si apriva a Santo Stefano e terminava col veglione di martedì grasso dell’anno successivo, costituendo una sequenza di occasioni di mondanità non più riproducibile nel corso dei restanti mesi dell’anno. Quanto alle sue modalità organizzative, tra ottobre e novembre aveva luogo l’appalto tra la municipalità e gli impresari partecipanti, ai primi di dicembre l’impresa che aveva ottenuta la concessione si rivolgeva ai proprietari dei palchi con una circolare in cui proponeva un numero garantito di recite (al solito una trentina per tre titoli) e una somma con cui sottoscrivere l’abbonamento. Gli incassi delle tombole e dei veglioni di Carnevale erano considerate parte integrante e tutt’altro che trascurabile nel bilancio dell’impresa. Quanto al cast i suoi componenti arrivavano un po’ prima di Natale e si alternavano coprendo i ruoli di tutte le opere programmate; frequenti erano i casi di sostituzione per malattia o inadeguatezza.
L’impresario era una figura-cardine del sistema organizzativo, un po’ manager e un po’ avventuriero; casi di bancarotta e di fuga del capo dell’impresa con la cassa nel bel mezzo della stagione non erano poi infrequenti; il suo era sicuramente uno dei ruoli sociali più esposti e un allestimento infelice poteva esser causa, oltre che di mancati incassi, di furor di popolo. La seconda dell’opera Celinda di Enrico Petrella genera tale disappunto negli spettatori ferraresi della Stagione di Primavera 1870 da provocare tumulti per sedare i quali occorre l’intervento della forza pubblica.
Masse orchestrali e corali per le stagioni liriche furono, per tutto il XIX secolo, scelte e istruite in loco: in pratica il Teatro Comunale di Ferrara potè vantare fino alla Prima Guerra Mondiale un’Orchestra e un Coro fissi. Gran parte dell’Orchestra proveniva inizialmente dalla Cappella Musicale del Duomo e il Reggimento Austriaco di stanza in città provvedeva a fornirle gli strumentisti a fiato, in particolare gli ottoni: l’attuale Conservatorio “Frescobaldi” venne fondato come Scuola Comunale di Musica nel 1870 proprio per formare orchestrali per il teatro. Per i coristi ci arrangiava nel vasto bacino degli amatori dotati di orecchio e passione: ancora nei primi anni del ‘900 la quasi totalità dei coristi del teatro cantava senza sapere leggere la musica.
Ma i veri divi dell’epoca erano i tenori e soprani: le prime parti delle opere di stagione percepivano compensi stratosferici per ogni recita: l’aristocrazia cittadina li coccolava dedicando loro componimenti poetici originali (sonetti a volte stampati su seta e gettati dai palchi all’artisti in scena) e ricoprendoli di doni. A integrare i loro già cospicui introiti provvedeva poi l’istituto della “beneficiata”, la serata d’onore di cui l’impresario lasciava l’incasso al cantante; “il seratante” ricambiava l’onore uscendo tra gli atti dell’opera, a volte coadiuvato da un secondo interprete “che gentilmente si prestava” e – cosa inconcepibile per le nostre moderne consuetudini di ascolto – cantava alcune delle sue arie preferite.
I concerti nasceranno proprio così, esibizioni di uno strumentista “tollerate” da un pubblico di provincia come interludio operistico. Per Stagioni Concertistiche modernamente intese bisognerà attendere gli ultimi due decenni dell’Ottocento e in particolare quelle organizzate a Teatro dal 1898 dalla Società del Quartetto.