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La mostra ideata da Marco Caselli Nirmal esalta un’arte unica e imprescindibile, quale lo studio dell’uso della luce e l’elaborazione di progetti di illuminazione per le produzioni teatrali. Il percorso espositivo intende valorizzare la memoria delle produzioni liriche e musicali del Teatro Comunale, creando un dialogo suggestivo tra fotografia e luce di scena, un incontro tra lo sguardo sapiente di Marco Caselli Nirmal e la creatività di Marco Cazzola, lighting designer degli spettacoli e dei concerti presentati in questa mostra.

Le attività sono realizzate grazie al contributo concesso alla Biblioteca della Fondazione Teatro Comunale
dalla Direzione generale Educazione, ricerca e istituti culturali del Ministero della cultura

Provengo da studi di Architettura, un amore che ancora oggi vivo profondamente. La fotografia è parte del mio modo di pensare e vedere architettonico e in questo la musica mi è sempre stata d’aiuto. L’aver frequentato, vissuto e documentato fotograficamente per tanto tempo prove e concerti di grandi orchestre e di eccelsi musicisti ha accresciuto in me la consapevolezza di come la musica e il suono disegnino e creino lo spazio tanto quanto lo fa la luce. Queste complicità sono diventate essenziali nel mio attuale agire fotografico.
La fotografia di scena, che pratico da quasi cinquant’anni è resa possibile dalla convergenza delle diverse competenze artigianali del “fare teatro”. Il disegnatore delle luci, insieme allo scenografo e al costumista, è tra i maggiori responsabili, in comunione con la regia, della qualità delle mie immagini. Fin dalla prima stagione teatrale a me affidata come fotografo di scena (1980/81) ho ritratto i principali spettacoli con l’obiettivo di creare le basi dell’Archivio fotografico del Teatro Comunale di Ferrara. Le dieci mostre finora allestite nella Rotonda Foschini e sotto i portici del Teatro hanno avuto lo scopo di valorizzarlo e renderlo fruibile alla città. Valorizzare la memoria teatrale delle produzioni liriche realizzate da questo Teatro è stata l’idea di partenza per questa mia undicesima mostra, per la quale ho orientato l’attenzione sul lavoro di Marco Cazzola, che ne ha curato le luci , rendendolo “complice” delle immagini esposte. Da qui nasce lo spunto di questa operazione che mi ostino a definire “a quattro mani”, in omaggio all’amato pianoforte, ma è anche un riconoscimento al lavoro collettivo di tutti coloro che hanno partecipato alla sua realizzazione scenica. Penso che il mondo abbia bisogno di qualcosa che è sempre più difficile da trovare e che dovremmo essere noi stessi a promuovere, anche se non è sempre facile praticarla: la gentilezza. È da qui che nasce il titolo di questa mostra.
Marco Caselli Nirmal

L’emozione di un palcoscenico vuoto, solo un raggio di luce in un mattino d’aprile ad illuminare la scena spoglia. Da qui sono partito per questo percorso di luce fra le opere. Nelle immagini esposte è spesso evidente la mia concezione, il mio approccio all’illuminazione di scena, ricco di contrasti chiaroscurali a voler sottolineare o nascondere un’espressione. A volte l’uso della luce potrebbe sembrare violento, quasi un fendente nell’oscurità, laddove si vuole enfatizzare lo stato d’animo del personaggio; a volte delicato, una carezza di luce quando, come nel caso dei concerti, questa deve essere equilibrata per quantità e qualità per mettere perfettamente a suo agio l’esecutore. In molte opere ho fatto ricorso a superfici specchianti, affascinanti e complicate al tempo stesso per l’imprevedibilità del raggio di luce riflesso, al fine di creare atmosfere oniriche, magiche, astratte o per sottolineare uno stato di follia, di disgregazione della persona (Giulio Cesare, Orlando Furioso, Farnace, Catone in Utica). Alcune foto sono immagini di forte intensità: il viso del giovane Lamine svelato tra gli oggetti della soffitta teatrale e il volto di Vito Lopriore, il pazzo che si crede Cristo, durante le riprese di Passio Christi. Per contrasto, gli scatti fotografici di The Wall a ritrarre una molteplicità di linguaggi, tra videoproiezioni, recitazione, danza e concerto live.
La fotografia che ritrae Maurizio Pollini durante l’esecuzione del suo ultimo concerto ferrarese credo sia la conclusione migliore di questo percorso fotografico, un grande omaggio alla musica. Dietro alle immagini di Marco Caselli Nirmal c’è intensa collaborazione e sintonia fra tutte le persone impegnate alla realizzazione degli spettacoli, un lavoro d’insieme che poi ha permesso a lui di effettuare gli scatti fotografici che conosciamo, di forte intensità, immagini che sono un patrimonio storico del Teatro e, allo stesso tempo, il ricordo di una luce protagonista delle emozioni e di un grande lavoro che non è andato perduto.
Marco Cazzola
Ho voluto chiamare “Angelica nel bosco riflesso”la foto tratta da Orlando Furioso di Vivaldi con la regia di Marco Bellussi andata in scena nella primavera 2024 a Ferrara, Modena e Daegù in Corea del Sud. In realtà si tratta di un gioco complesso perché, laddove la luce incontra un elemento specchiante, le riflessioni divengono una variabile difficile da controllare,affascinante perché inaspettatamente crea suggestioni impensate ma, al contempo, elemento fuggente, potenzialmente fastidioso se non afferente a ciò che si vuole illuminare in scena. Nel caso dell’Orlando siamo di fronte ad una scatola chiusa, formata da pareti specchianti così come il tetto mobile. Una bella sfida lanciata dallo scenografo Matteo Paoletti al sottoscritto ma, come tutte le “sfide teatrali”, stimolante e formativa. Le suggestive videoproiezioni di Fabio Massimo Iaquone, che con grande maestria hanno interpretato l’atmosfera voluta dal regista Marco Bellussi, hanno reso il progetto illuminotecnico un modo per illuminare con molta delicatezza; quantità minime di luce per non contaminare le straordinarie immagini dinamiche del bosco piuttosto che il delicato gioco della neve o, ancora, il volto di Orlando che sembra perdersi in un vortice universale. Potrei definire questo progetto, un lavoro di equilibri, ore di prove per arrivare al bilanciamento delle luci sui cantanti senza penalizzare le videoproiezioni e le scenografie. Marco Cazzola
Le vicende raccontate , la contrapposizione tra Cesare e Catone , l’uccisione di Pompeo, le sanguinose battaglie di Farsalo e Tapso ,nella lettura del regista Marco Bellussi, lungi dal proporci un contesto di combattimenti, ci spostano l’attenzione su dinamiche più civili, in cui appaiono le debolezze di Catone. E allora tutte queste vicende vengono raccontate in un contesto raffinato ed elegante, nelle scenografie e nei costumi. Qui la luce deve accarezzare i personaggi e soprattutto mettere in risalto la prospettiva delle belle scene di Matteo Paoletti Franzato: il colonnato che si concentra verso il fondo, nel bianco dominante, a supporto degli oggetti di scena dorati. I costumi di Elisa Cobello sono impreziositi da grigie sfumature che sembrano sospendere la figura rispetto al piano di palcoscenico. Elemento importante, le videoproiezioni devono essere visibili in tutta la loro efficacia: le luci , di conseguenza, vanno calibrate in modo tale da non vanificarne i contenuti ma, al contempo i personaggi devono essere ben visibili nella loro azione scenica. Molto suggestiva, a questo proposito, la proiezione di fiamme dal basso sul velario bianco che nasconde l’interno della scena con Emilia che con una mano si protegge da una lama di luce a volerla ferire.
Quindi predominanza del bianco dinamico, utilizzato in tutte le sue sfumature, dal bianco caldo al bianco naturale, con ampio uso di illuminatori convenzionali che, opportunamente miscelati, hanno messo in risalto i vari piani della scenografia. Marco Cazzola
Il Farnace che Vivaldi non potè mettere in scena nella prima metà del Settecento a Ferrara per l’opposizione dell’allora cardinale Ruffo, viene proposto nella nostra città nel dicembre 2021 rendendo giustizia al grande compositore. La scenografia sempre rigorosamente essenziale, nello stile Bellussi/Paoletti, si compone di elementi scenici che compiono movimenti durante la rappresentazione.
Il grosso tavolo, in particolare, scende dall’alto e sembra vivere di luce propria. Alcune delle immagini più belle sono tali grazie anche a questa luce dal basso che esalta i gesti e gli sguardi.
In questa produzione c’è anche l’uso del colore rosso, da sempre con un forte carico simbolico ma anche molto rischioso da usare; nel nostro caso accompagna lo stato d’animo di Farnace, ne sottolinea la rabbia e, allo stesso tempo, delinea una soglia, un passaggio, un confine tra scena e controscena. La scenografia prevede l’uso del tulle, che a seconda di come viene illuminato può essere un muro ovvero una tela al di là della quale le figure sono meno definite e la luce laterale le isola ,così come quella verticale a pioggia ne delimita lo spazio di movimento. Infine le videoproiezioni rese più efficaci dalla presenza molto discreta delle luci come nell’immagine in cui Aquilio e Selinda sono all’interno di due sfere che poi diventano una, in uno stato di sospensione e isolamento. Marco Cazzola
Quello che ha immaginato Adrian Schvarzstein, regista dell’opera è un’ambientazione in cui i protagonisti sono figure circensi, dal domatore di leoni al clown , dall’impresario all’acrobata. E’ una messa in scena semplice incentrata su due carri posti davanti al grande tendone del circo.
Anche le luci hanno seguito questo percorso teso a creare atmosfere naturalistiche con ambienti di luce diurna che vieppiù, attraverso il crepuscolo , scivolano verso la sera. Questi ambienti sono stati creati da illuminatori convenzionali di elevata potenza e da luci laterali che, attraverso una progressiva dissolvenza, si accendevano da sinistra verso destra, simulando il percorso giornaliero del sole. Tutti i personaggi dovevano essere ben visibili in modo tale da enfatizzare al meglio il gioco espressivo di un Leporello piuttosto che di Don Giovanni solo per citare i due protagonisti principali. Gli ambienti interni, i carri, sono stati illuminati da piccole sorgenti luminose, semplici lampade per non snaturare un ambiente che doveva essere quello di inizio Novecento, ancora agli albori della luce elettrica. Per questo ho utilizzato vecchi illuminatori che potessero immergere lo spettatore in questa atmosfera di inizio Novecento, una Ferrara di inizio secolo, tra carrozze e cavalli , in uno spettacolo che, per volontà del regista, ha coinvolto anche il pubblico presente. L’opera è andata in scena anche al Teatro dell’Opera di Daegu’ in Corea del Sud. Marco Cazzola
Il capolavoro mozartiano viene rappresentato nell’esecuzione ferrarese del dicembre 2024, con la regia di Marco Bellussi, come un viaggio iniziatico del giovane Tamino che passa attraverso situazioni di fiaba e magia. Le scene di Matteo Paoletti Franzato sono solo apparentemente semplici, tre librerie che girano svelando due mondi: il mondo luminoso della conoscenza e quello cupo della distrazione. Il piano girevole ha richiesto un meccanismo di controllo di non facile realizzazione e, insieme alla parte meccanica, quella elettrica ha richiesto una serie di accorgimenti legati alla difficoltà di accensione degli oggetti all’interno delle librerie (applique, abatjour), per la impossibilità di usare collegamenti a cavo. Per rendere efficaci le videoproiezioni di Fabio Massimo Iaquone – il mondo interiore dei personaggi – sono state usate prevalentemente luci laterali disposte su vari piani che, lungi dal contaminare l’immagine proiettata, pongono le figure come in uno stato di sospensione ed isolamento – come la famosa aria della Regina della notte – e le svela su piani diversi, apparentemente non legati tra loro, come a spostare l’attenzione verso una dimensione onirica. I costumi di Elisa Cobello,dal sapore nord europeo, con la prevalenza del nero, hanno richiesto uno sforzo illuminotecnico ulteriore poiché, in atmosfere generalmente a bassa intensità luminosa, rischiavano di non essere percepiti in maniera efficace; anche in questo caso le luci laterali, opportunamente sagomate, hanno contribuito a metterli in risalto. Nel finale un grosso lampadario illuminato scende e cambia completamente la percezione dello spazio scenico: le librerie scompaiono e sul tulle di proscenio assistiamo alla videoproiezione di una pioggia di luce che accompagna il gioco dei cantanti attorno al lampadario.
La vicenda storica dell’inizio dell’età imperiale, viene spostata in un periodo storico tra fine Ottocento e inizio Novecento.
Le tre ambientazioni: nella prima parte dominano il grande soffitto principale e il fondale in basso rilievo, nella seconda la “Grande ciotola”, un’isola che sembra separare le vicende su un piano ulteriore in cui la luce svela la bellezza e il fascino ancestrale di una cultura lontana dal mondo occidentale. Nella terza parte, il crollo della biblioteca di Babilonia, attualizzata a Sarajevo a sottolineare la distruzione delle guerre contemporanee. Ancora in quegl’anni l’illuminazione si basava prevalentemente su illuminatori convenzionali e per questo profondamente diversa rispetto ad oggi. Nella prima parte i colori richiamano atmosfere oniriche, i miraggi del deserto e fondali contaminati da riflessi di elementi catottrici ( che tanto piacquero allo scenografo Michele Ricciarini); nella seconda, l’Isola/ciotola centro dell’azione scenica di personaggi dai costumi che rimandano alla tradizione africana, diviene luogo circondato da un mare verde giada, simbolico quasi a voler spostare la nostra attenzione su un piano diverso da quello della realtà fattuale. Nella terza parte con il crollo della biblioteca di Sarajevo l’ambientazione cambia completamente: un forte controluce freddo generato da potenti illuminatori di ‘luce a scarica’ disegna un ambiente di sofferenza e disperazione, la desolazione della guerra, di tutte le guerre. Il mio primo lavoro con Alessio Pizzech che mi ha avvicinato alla musica Barocca , affascinante e stimolante che ancora oggi continua a sorprendermi. Marco Cazzola
Il percorso legato a Georg Friedrich Haendel continua con il dramma Esther. Come affermato dal regista Marco Bellussi, questa mise en éspace , nella sua essenzialità punta ad una organizzazione obliqua dello spazio che simboleggia il sinistro proclama di Haman, Primo Ministro del Re di Persia, che trama lo sterminio degli ebrei del Regno. In uno spazio di questo tipo, composto da vari piani di esecuzione – dal piano palcoscenico della parte destra al grosso piano praticabile della parte sinistra- viene interposto, tra il pubblico e la scena, un tulle nero che sarà presente per gran parte della recita.
Dal punto di vista illuminotecnico il tulle cambia la percezione visiva; la staticità , le pose plastiche delle figure aldilà del tulle ci consegnano immagini che ricordano talune immagini di stampo caravaggesco. Le foto mancano della naturale nitidezza e si arricchiscono di contrasti chiaroscurali. La salita del tulle è come una liberazione per il pubblico, un respiro di sollievo, Esther che libera il suo popolo nel Regno. Colonne di luce spezzano il fondo nero attraverso colori neutri caldi e freddi a richiamare i costumi di scena. Marco Cazzola
L’idea di fondo che piacque fin dall’inizio a Michele Placido fu quella di sfruttare tutta la bellezza del teatro vuoto, con i suoi duecento anni di storia, luogo in cui tanti artisti hanno trovato il modo di esprimersi ai più alti livelli. E piacque la mia idea di non usare la luce artificiale, la luce di scena: e allora le riprese si fecero negli orari più improbabili per sfruttare tutta bellezza della luce naturale: dall’alba, quando un raggio di luce entra dalla grande finestra del ballatoio di fondo scena a illuminare i pochi oggetti lasciati sulla scena, al crepuscolo, all’interno della piccola chiesa in abbandono fino al buio della soffitta teatrale fra macchine di scena , corde e travi centenarie. Le foto tratte da Passio Christi ci mostrano ciò che normalmente lo spettatore non vede, il “dietro le quinte”, il deposito scene, i quadri elettrici. La luce è vista nella sua essenzialità, solo un piccolo sostegno di luce bianca nei luoghi in cui quella naturale è insufficiente alle riprese video. In quel contesto mi occupai della fotografia in collaborazione con Civetta movie che fece le riprese. Alcuni di noi furono ripresi durante l’esecuzione del lavoro in palcoscenico, sempre in un’atmosfera naturale senza il ricorso a particolari effetti. Attori e comparse dovettero immergersi nei luoghi più nascosti, luoghi che conosciamo solo noi addetti ai lavori. Proprio in uno di questi, tra le travi della soffitta della sala teatrale, è stata scattata la foto del giovane Lamine , un volto illuminato dalla luce della piccola finestra del graticcio e da un piccolo rinforzo laterale . In quello sguardo ognuno legge qualcosa e forse, per noi lavoratori dello spettacolo, rappresenta il dramma in cui il mondo intero è precipitato durante il Covid. Fummo i primi a chiudere tutto e tutto si fermò. Quelle riprese furono permeate da un costante senso di precarietà che si può cogliere anche dall’espressione di Vito lopriore, nella foto esposta in Rotonda, il Cristo Pazzo, un altra immagine intensa di grande carica emotiva. Marco Cazzola
Un progetto molteplice quello di The Wall, diretto da Manuel Renga e con diversi soggetti coinvolti: un attore, una compagnia di danza, un’orchestra, un coro e una band. Ne consegue un impianto luci dinamico in grado di sopperire alle esigenze sceniche che, oltre alla presenza delle videoproiezioni nella prima parte, si caratterizza per una seconda parte in cui tutto cambia e orchestra coro e band, che nella prima parte erano situate nella parte posteriore della scena, vengono avanti nella classica conformazione da concerto live. La scena vede una struttura a rombo sospesa e in movimento che, opportunamente illuminata da sorgenti led installate al suo interno, si accende a diverse intensità del bianco, disegnando come un grande occhio sospeso. Al suo interno una struttura a rombo, più piccola, in cui sono installate diverse luci motorizzate, a simboleggiare la pupilla dell’occhio e che sostituisce l’idea classica del cerchio di fondo con la videoproiezione al suo interno del concerto che tennero i Pink Floyd a Venezia nel 1989. Dunque un muro a simboleggiare quella barriera che, a un certo punto della carriera dei Pink Floyd, si frappose tra la band e il suo pubblico; un muro che diviene elemento reale nella scenografia di Matteo Paoletti Franzato, un tulle e un fondale in PVC. In alcuni momenti la salita del fondale svela orchestra, coro e band in un gioco di interazione con Jacopo Trebbi, interprete di Pink ( alter ego di Roger Waters nella drammaturgia di Emanuele Aldrovandi ) e con i danzatori della MM Contemporary Dance Company di Michele Merola . Le videoproiezioni di Fabio Massimo Iaquone hanno in impatto rilevante soprattutto se associate agli effetti audio di forte intensità. Le luci laterali mettono in risalto le coreografie senza contaminare le proiezioni che, viceversa, perderebbero di efficacia. Si è fatto ricorso anche ad illuminatori rasenti il suolo a fascio molto stretto che in alcuni momenti hanno disegnato corridoi di luce intensa e colorata a enfatizzare lo spazio danza in contrapposizione alle potenti immagini videoproiettate. Un siffatto impianto scenico ha richiesto una organizzazione luci settoriale e quindi quantitativamente significativa. Infatti, nella seconda parte, siamo di fronte ad un concerto live vero e proprio e per questo abbiamo fatto largo uso di effettistica, anche improvvisata, atmosfere colorate e abbondanza di fumo in scena per svelare il gioco dei raggi luminosi. Il tutto accompagnato da Roberto Molinelli, Direttore d’orchestra e arrangiamenti, che ha arricchito la performance di aneddoti e spiegazioni tecniche relative alla carriera dei Pink Floyd. Lo spettacolo è andato in scena a Ferrara, Reggio Emilia presso il Teatro Valli e a Ravenna al Pala De André. Marco Cazzola